Il concept

La mostra nasce dal connubio intellettuale fra un’artista e fotografa digitale, Patrizia Genovesi, ed un esperto di sicurezza delle informazioni e codici segreti, Corrado Giustozzi, i quali hanno unito i rispettivi campi d’interesse, apparentemente lontanissimi tra loro.

Ogni immagine è infatti ricavata nascondendo matematicamente all’interno dell’informazione esplicita, costituita dal ritratto di uno scienziato o artista, un’ulteriore informazione presente ma invisibile, costituita da un testo o documento strettamente legato alla vita ed all’attività del soggetto ritratto.

Questa sintesi concettuale rappresenta simbolicamente il complesso e a volte imperscrutabile rapporto tra lo scienziato ed il suo pensiero. In aggiunta agli aspetti di contenuto, il progetto intende esplorare il connubio tra arte e scienza anche sotto il profilo delle nuove potenzialità espressive che esso apre.

La mostra

L’installazione è costituita da una serie di ritratti fotografici di premi Nobel, scienziati e musicisti. Tra questi: Rita Levi Montalcini (Italia: scienziata e senatrice, Nobel per la medicina 1986), Andrew Wiles (GB: matematico), John Nash (USA: matematico ed economista, Nobel per l’Economia 1994), Richard Ernst (Svizzera: chimico, Nobel per la chimica 1991), Edward Witten (USA: matematico e fisico), Giorgio Proietti (Italia: direttore d’orchestra).

In ogni ritratto, concentrati sui contorni e nei contrasti fra zone di luce e di ombra, sono stati “annegati” nella trama in formato digitale, non immediatamente visibili ad occhio nudo, testi e formule tratti dalle opere principali del personaggio rappresentato. In qualche modo quindi il volto è anche il risultato del pensiero e lo scienziato, come il musicista, in una certa misura, è la sua opera.

Intervenendo sulle immagini digitali attraverso un particolare processo matematico/informatico denominato “steganografia”, e solitamente utilizzato per lo spionaggio o il contrabbando di informazioni, Corrado Giustozzi ha sostituito alcune delle informazioni originali con altre contenenti un testo, un’altra immagine o addirittura una partitura musicale, mantenendo lo “strato” delle informazioni modificate al di sotto del livello al quale l’occhio umano riesce a percepire le differenze. Sono così state ottenute immagini in apparenza identiche a quelle originali in cui è però presente, ancorché impercettibile, una differenza qualitativa e quantitativa la cui importanza simbolica è data dal contenuto delle informazioni che vi sono state inserite.

Un apposito pannello illustrativo “svela il mistero” sul procedimento adottato, illustrando graficamente le fasi del processo seguito per l’inserimento di testi e formule.

Il procedimento

Il segreto della codifica è svelato in un apposito pannello informativo, nel tre immagini illustrano i principali passaggi del metodo steganografico applicato alle immagini della mostra.

La prima immagine intermedia mostra le aree all’interno della foto originale ove risulta più “conveniente” applicare le sottili alterazioni che codificano l’informazione estranea da aggiungere. Si tratta dei “bordi” e delle zone a maggiore contrasto, che vengono evidenziate mediante particolari procedimenti matematici. Le proprietà fisiopsicologiche della visione umana fanno sì che un’alterazione cromatica risulti più impercettibile se applicata ai punti localizzati in queste aree piuttosto che a quelli localizzati in aree caratterizzate da tonalità maggiormente uniformi. In questa immagine, più un’area appare chiara e più risulta conveniente usarla per nascondere l’informazione.

La seconda immagine intermedia mostra le aree all’interno della foto originale ove è stata effettivamente codificata l’informazione aggiunta. In questo caso non vi sono sfumature di grigio ma solo bianco o nero assoluti: i punti ai quali è stata aggiunta una frazione di informazione esterna sono rappresentati in bianco, quelli non interessati dal procedimento e quindi rimasti immutati sono rappresentati in nero.

La terza immagine è un fortissimo ingrandimento (oltre mille volte) di un’area di volta in volta appositamente scelta nell’immagine finale, che svela il “trucco” utilizzato per inserirvi le informazioni esterne. Appare ora evidente che i singoli punti dell’immagine risultante, ingranditi fino ad apparire come grandi quadrati, non sono rappresentati da toni di grigio puro come ci si aspetterebbe da un’immagine in bianco e nero, bensì da tenuissime sfumature di colore. Sono tali sfumature, impercettibili all’occhio nudo ai normali ingrandimenti, a codificare l’informazione estranea “aggiunta” alla trama dell’immagine originale.

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