La fotografia non è in crisi come mezzo, ma come linguaggio distinto da ciò che rappresenta. L’attenzione si sposta costantemente dal fatto fotografico ai temi di cui le immagini parlano, e in questa traslazione il medium scompare: non viene più assunto, né discusso, né storicizzato come tale.
È diventata un sistema che si autoalimenta senza una domanda reale esterna. I fotografi parlano ai fotografi, i premi legittimano altri premi, i festival si scambiano gli stessi nomi, e l’attenzione pubblica è più simulata che reale.
Fuori da questo circuito ristretto, l’interesse resta concentrato quasi esclusivamente sul patrimonio storico e su pochi soliti noti viventi, continuamente rilanciati dagli stessi nodi: due fondazioni, due riviste, due curatori, più o meno sempre gli stessi. Non necessariamente perché siano i migliori, ma perché sono compatibili con il sistema. Non disturbano, non forzano decisioni, non chiedono assunzioni di responsabilità. Funzionano.
In questo contesto, la fotografia diventa un linguaggio fragile. È riproducibile, non unica, difficile da difendere simbolicamente. Proprio per questo è perfetta come riempitivo: abbastanza nobile da giustificare progetti, abbastanza debole da non richiedere scelte nette. Mostre intercambiabili, cataloghi che non lasciano traccia, acquisizioni che non costruiscono storia. Tutto resta in movimento, ma nulla si fissa.
Il meccanismo centrale che tiene in piedi questa palude è la deresponsabilizzazione. In Italia viene premiato chi non decide. Chi accumula invece di selezionare. Chi non firma una linea. Questo atteggiamento non genera conflitto, non espone a critiche, non produce criteri verificabili. Ed è proprio per questo che viene finanziato. I fondi pubblici e para-pubblici tendono a convogliare verso chi “gestisce processi”, “attiva reti”, “fa sistema”, ma evita accuratamente di dire cosa conta davvero e cosa no. Le fondazioni bancarie amplificano questa dinamica. Girano quantità di denaro significative, ma le logiche restano opache. Chi paga, perché paga, con quali obiettivi culturali reali, resta confinato nei consigli di amministrazione. I progetti risultanti sono spesso incomprensibili alla maggioranza, privi di una direzione leggibile, ma garantiscono continuità a chi è già integrato nel sistema. Non è mecenatismo e non è mercato: è amministrazione del consenso interno.
Il risultato è che la fotografia vive in un limbo permanente. Non abbastanza marginale da sparire, non abbastanza centrale da contare. In questo ambiente, chi prova a ragionare in termini di responsabilità culturale — scegliere, gerarchizzare, escludere — diventa automaticamente un corpo estraneo. Non perché abbia torto, ma perché rompe l’equilibrio.
Non è una questione di Italia contro estero, né di idealizzare altri sistemi. Spesso basta attraversare un confine per trovare organizzazione minima e qualità sufficiente, “ma anche no”, ed è già abbastanza perché la gente ci vada. Il problema italiano non è la mancanza di eccellenze, ma l’incapacità strutturale di assumerle come storia. Finché la fotografia resterà confinata in questo spazio di non-decisione, continuerà a sopravvivere senza incidere. Viva, sì. Ma ferma.