© Patrizia Genovesi, (2025). Gianni Berengo Gardin: sguardo relazionale, metodo e figure (1954–2025) [Preprint]. Zenodo. Repository Zenodo Articolo completo
Gianni Berengo Gardin nacque a Santa Margherita Ligure nel 1930 [1], in una famiglia veneziana di estrazione borghese. Trascorse l’infanzia tra la Liguria e Venezia,
portando con sé due universi visivi molto diversi: la luce mediterranea e l’urbanità lagunare. Questa doppia radice geografica — mare e città d’acqua, provincia e capitale culturale si sedimentò nel suo modo di guardare il mondo, più attento alle sfumature che ai contrasti clamorosi.
Non ebbe una formazione accademica in fotografia: si formò da autodidatta [2], leggendo riviste come Life e Paris Match, studiando le immagini dei maestri francesi e americani,
frequentando circoli fotografici come il Foto Club Venezia. Il contatto con Alfredo Camisa e il gruppo Misa gli fornì i primi riferimenti di un linguaggio umanista, ma non lo incanalò in una “scuola” rigida: Berengo Gardin preferì sempre mantenere un’autonomia di stile e di metodo.
Il primo vero salto avvenne con l’ingresso nel circuito professionale nazionale, grazie alla collaborazione con riviste come Il Mondo, L’Europeo, Domus. Ma fu l’incontro con il mondo Olivetti, a partire dalla fine degli anni Sessanta [5], a definire un capitolo centrale della sua carriera. L’azienda di Ivrea, erede del progetto culturale
e sociale di Adriano Olivetti, non cercava un fotografo di immagini patinate: voleva qualcuno capace di raccontare simultaneamente l’architettura dei suoi stabilimenti
e la rete di servizi che circondava la fabbrica — mense, scuole, biblioteche, residenze come Talponia [6]. Berengo Gardin rispose con un linguaggio asciutto, privo di effetti, capace di restituire i luoghi senza isolarli dalle persone che li abitavano. Il suo metodo rimase costante per decenni: Leica a telemetro, ottiche corte, pellicola in bianco e nero [3], luce naturale. Evitava il flash, detestava le pose e la manipolazione delle immagini.
Il suo rifiuto della spettacolarizzazione era netto: “Devi dire che è una buona fotografia, non una bella fotografia” [4], ribadendo l’idea di una fotografia come testimonianza civile più che come esercizio estetico.
I temi che percorrono la sua opera sono coerenti e interconnessi. Nei reportage sociali — come Morire di classe (1969) [7], realizzato con Carla Cerati su incarico di Franco Basaglia: l’obiettivo non è denunciare con brutalità, ma mostrare con lucidità e rispetto. Nelle fotografie urbane e architettoniche, l’attenzione è per la relazione tra gli spazi e le persone, mai per la geometria fine a se stessa. Nei viaggi, sia in Italia sia all’estero, si avverte una curiosità tranquilla, priva di esotismi, sempre radicata nella vita quotidiana.
Come uomo, era riservato, ironico ma non sarcastico, metodico nel lavoro, refrattario alla mondanità.
Viveva a Milano in un appartamento che somigliava a un archivio vivo: scaffali di libri e stampe, scatole di negativi, pochi oggetti scelti per utilità più che per estetica. Viaggiava molto, ma quasi sempre per lavoro. Non seguiva mode, né in fotografia né nel vestiario: pantaloni scuri, camicia o maglione, giacca informale, a volte una coppola. Amava la cucina semplice delle sue origini e il caffè nei bar popolari.
Il rapporto con il digitale fu costantemente critico. Continuò a scattare in pellicola fino alla fine [3], convinto che il digitale riducesse l’attenzione e introducesse una facilità ingannevole. Accettò la digitalizzazione del suo archivio solo come strumento di conservazione, grazie al lavoro della figlia Susanna, senza mai usarla per la produzione creativa.Il mercato ha oscillato: la maggior parte delle sue stampe ha raggiunto cifre comprese tra poche centinaia e qualche migliaio di euro, con picchi oltre i 30.000 € per opere vintage rare. Ma il vero valore di Berengo Gardin non è mai stato legato alla speculazione, bensì alla presenza costante nel discorso fotografico e culturale italiano. Le sue opere sono conservate in collezioni come il MoMA di New York, il MAXXI di Roma, la Fondazione Cini di Venezia.
Negli ultimi anni, nonostante l’età avanzata, partecipò a mostre personali in Italia e all’estero [10], tra cui Gianni Berengo Gardin e la Olivetti (CAMERA, Torino, 2020) e esposizioni all’Istituto Italiano di Cultura di Londra. Fino al 2025, anno della sua morte [1], continuò a incontrare il pubblico con lucidità e umiltà, fedele all’idea che “L’analogica è la forma dell’attesa” [4].
In prospettiva critica, Berengo Gardin non fu un innovatore radicale né un teorico, ma incarnò una forma di coerenza rara: mantenne un linguaggio visivo riconoscibile,
saldo su principi di rispetto, chiarezza narrativa e attenzione sociale. In un’epoca che spesso premia l’immagine eclatante, la sua eredità dimostra che la fotografia può essere potente proprio quando è silenziosa, radicata nella realtà e priva di orpelli.
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Bibliografia
[1] RaiNews, ANSA. Necrologi (7 agosto 2025).
[2] ArtsLife, 15 nov 2012. Intervista su formazione e metodo.
[3] ANSA, 11 lug 2014. Intervista su b/n, pellicola e digitale.
[4] L’Espresso, 6 nov 2020. Intervista su fotografia ‘buona’ vs ‘bella’.
[5] CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia. Scheda mostra Olivetti.
[6] Archivio Storico Olivetti. Documentazione su Talponia.
[7] Il Saggiatore. Scheda ‘Morire di classe’ (1969).
[8] Contrasto. Scheda libro ‘In parole povere’ (2020).
[9] Contrasto. Scheda libro ‘Il libro dei libri’ (2014).
[10] RaiPlay e Ufficio Stampa RAI. Documentario ‘Il ragazzo con la Leica’.