Maria Vittoria Backhaus (Milano, 1942 – Rocchetta Tanaro, 2025) è stata una delle fotografe italiane più originali nel passaggio tra reportage, moda e design. La sua formazione in scenografia all’Accademia di Brera ha segnato profondamente il suo approccio alla fotografia, che non ha mai vissuto come semplice documento, ma come messa in scena.
Gli esordi avvengono negli anni Sessanta, quando frequenta il Bar Jamaica a Milano, centro della vita culturale cittadina. Qui conosce Mario Dondero, Ugo Mulas e Alfa Castaldi, fotografi che la incoraggiano a prendere in mano la macchina fotografica. I suoi primi lavori sono di taglio giornalistico: reportage per riviste come Tempo Illustrato e Il Mondo, con attenzione al mondo operaio, ai circhi, alle feste popolari. Il suo sguardo, però, non si limita alla cronaca: c’è sempre un dettaglio narrativo, una curiosità che trasforma la scena in racconto.
Negli anni Settanta, di fronte alle difficoltà che incontravano le donne nel fotogiornalismo, sceglie di rivolgersi alla moda e al design. Con Walter Albini e l’art director Flavio Lucchini scopre un terreno nuovo: non più documentare, ma inventare immagini. Da allora collabora con Vogue, Casa Vogue, Abitare, portando nella fotografia editoriale la sua formazione scenografica. Le sue immagini di moda non sono mai solo abiti: sono storie teatrali, ironiche, in cui la composizione conta quanto il soggetto.
Lo stile di Backhaus si riconosce per la costruzione accurata dei set, spesso densi di oggetti, quasi a ricreare un piccolo mondo chiuso. Colori intensi, accostamenti audaci, un gusto per l’horror vacui la distinguono dai colleghi più minimalisti. C’è sempre ironia: un dettaglio fuori posto, un oggetto quotidiano che diventa protagonista, una citazione pop che alleggerisce la patina patinata della moda. È un modo tutto personale di raccontare, che le permette di attraversare generi diversi.
Negli anni Ottanta e Novanta si dedica anche alle Polaroid 809, usandole come mezzo creativo. Collage, re-photography, manipolazioni diventano strumenti per inventare nuove narrazioni. Parallelamente realizza editoriali per Io Donna e Amica, fotografando cibo, interni e gioielli con lo stesso approccio scenografico. Filicudi diventa per lei un rifugio creativo: dalle statue votive alle Madonne rielaborate con fiori, fino ai presepi fotografici costruiti ogni anno come piccole allegorie dell’attualità.
Nell’ultima parte della sua carriera, Backhaus è stata riconosciuta come una figura chiave della fotografia italiana. Ha ricevuto il Premio alla Carriera Arturo Ghergo nel 2021, è stata protagonista di mostre importanti a Casale Monferrato (2023) e Brescia (2025), ed è stata invitata dall’AFIP International a una lectio magistralis alla Triennale di Milano.
La sua evoluzione dimostra una coerenza rara: dal reportage sociale alla moda, dai collage pop alle nature morte, Backhaus ha mantenuto intatta la capacità di trasformare ogni immagine in racconto. Non inseguiva lo scandalo né l’icona globale, ma cercava di sorprendere con leggerezza e intelligenza. In questo equilibrio tra disciplina e ironia sta il cuore del suo stile, che rimane una delle voci più originali e distintive della fotografia italiana contemporanea.
Leggi lo studio approfondito di Patrizia Genovesi su Maria Vittoria Backhaus su Zenodo
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