Archivi, reliquie e analfabeti visivi: breve storia di un equivoco fotografico

 

La fotografia è un linguaggio. Non un feticcio tecnologico, non solo una forma d’arte, non soltanto documento. Un modo di raccontare il mondo, esattamente come la scrittura.

Se la prendiamo sul serio come linguaggio, vediamo subito che condivide con la scrittura almeno tre dimensioni: la forma, i contenuti, la funzione di memoria. Possiamo studiarne la forma, la grammatica dello sguardo, le convenzioni, gli stili. Possiamo studiarne i contenuti: ciò che dice su società, lavoro, conflitti, desideri, ambiente. Possiamo trattarla come documento: archiviarla, ordinarla, restituirla, come fanno le biblioteche o gli archivi di Stato con i testi.

Proprio come con la scrittura, possiamo anche “venerarla”. Come esistono poesie che teniamo quasi come reliquie, esistono fotografie che sentiamo “sacre” per la nostra memoria individuale o collettiva. Non c’è niente di sbagliato in nessuna di queste funzioni, prese singolarmente. Il problema nasce quando le istituzioni mescolano tutto insieme senza dirsi chiaramente che cosa stanno facendo, per chi e perché.

È lì che si crea il cortocircuito: sembra di avere costruito “il museo della scrittura”. Un luogo che non sa se è biblioteca, scuola elementare, cattedra universitaria di letteratura o santuario per pochi iniziati, ma prova ad essere tutto questo contemporaneamente, sotto l’etichetta generica di “scrittura”. Con la fotografia sta succedendo qualcosa di molto simile.

Negli ultimi decenni è nato un “settore fotografia” fatto di musei, fondazioni, centri, festival, biennali, bandi, scuole. Ogni soggetto proietta su questo medium i propri interessi e i propri ideali: lo Stato nazionale che cerca un’immagine di sé moderna e colta; le città che vogliono brandizzarsi come “capitale della fotografia”; le fondazioni bancarie che costruiscono reputazione e legittimità culturale; le imprese che utilizzano la fotografia per raccontare lavoro, tecnologia, responsabilità sociale. Tutto questo si incrocia sullo stesso segno: l’immagine fotografica. E il rischio è che, alla fine, l’oggetto di cura diventi “la fotografia” in astratto, invece del mondo che la fotografia ci mette davanti.

Della scrittura abbiamo interiorizzato culturalmente una struttura abbastanza chiara. Esistono gli archivi e le biblioteche, che conservano tutto quanto, dal grande romanzo al modulo catastale. Esiste l’alfabetizzazione di base: la scuola elementare ti insegna a leggere e scrivere, indipendentemente dal fatto che diventerai scrittore. Esiste la letteratura, con i suoi canoni, le sue avanguardie, le sue élite. Nessuno confonde seriamente questi tre piani e le istituzioni che se ne occupano hanno nomi e funzioni diverse.

Con la fotografia, questa differenza di piani non è ancora sedimentata. I musei e i centri di fotografia oscillano continuamente fra almeno tre ruoli.

Il primo è quello dell’archivio: la fotografia come documento. Qui il problema è salvare, catalogare, rendere accessibile. Negativi che si disgregano, stampe che ingialliscono, hard disk che invecchiano, fondi dispersi di autori e istituzioni. La funzione è profondamente “bibliotecaria”, quasi notarile, ma indispensabile.

Il secondo ruolo è quello dell’opera: la fotografia come arte, come “poesia visiva”. Qui entrano il canone, le mostre monografiche, i grandi nomi, il mercato, le collezioni. È il territorio dei musei d’arte, delle gallerie, dei curatori. Ci sta che ci sia selezione, esclusione, culto di alcuni autori. È una funzione diversa, con altri criteri di valore.

Il terzo ruolo, quello più trascurato, è la fotografia come “lingua viva”. Oggi tutti scattiamo, pubblichiamo, consumiamo immagini ogni giorno, eppure l’alfabetizzazione visiva è quasi inesistente. Sappiamo a malapena decodificare come un’immagine ci dirige l’attenzione, costruisce un’emozione, semplifica o distorce un fatto. Qui la fotografia andrebbe trattata come la lettura-scrittura: qualcosa che tutti devono imparare almeno un po’, indipendentemente dalla vocazione artistica.

Il “mischione” istituzionale nasce quando queste tre funzioni si accavallano senza essere nominate. Un museo di fotografia può conservare archivi, fare mostre d’arte e allo stesso tempo proporre laboratori per studenti e cittadini. Va benissimo. Diventa problematico quando chi ci lavora e chi lo finanzia non sanno più se stanno investendo in un archivio di lungo periodo, in un tempio del canone, o in una scuola di alfabetizzazione visiva. Allora il discorso si ripiega su se stesso: bisogna finanziare “la fotografia” perché “la fotografia è importante”. È qui che appare il museo della scrittura: un luogo che difende un medium in quanto tale, invece di essere chiaro sul perché difenderlo e a vantaggio di chi.

Questa confusione di piani è anche un effetto della natura specifica del medium fotografico: “somiglia alla scrittura, ma è più universale e non richiede traduzioni”. Una pagina scritta in giapponese, se non conosci il giapponese, è puro rumore grafico. Un’immagine fotografica, invece, ti “parla” subito in qualche modo: riconosci volti, luoghi, gesti, persino senza condividere la lingua verbale. Questa apparente immediatezza ci fa credere che la fotografia sia un linguaggio naturale. In realtà è piena di convenzioni, di codici, di retoriche, proprio come la scrittura, ma la loro invisibilità la rende più insidiosa e, proprio per questo, più potente.

Paradossalmente, la sua universalità di base, il non richiedere traduzioni per essere percepita, ha favorito l’idea che la fotografia sia qualcosa da celebrare di per sé, come “lingua del mondo”. Ma se non mettiamo a fuoco cosa stiamo leggendo in quelle immagini, rischiamo di sostituire la critica con il culto. Ed è allora che i musei fotografici possono scivolare verso l’autoreferenzialità: mostre sulla fotografia, discorsi sulla storia della fotografia, eventi sulla teoria della fotografia, che parlano soprattutto a chi già sta dentro la bolla.

Il punto non è abolire queste istituzioni o delegittimarle. Il punto è chiedere loro chiarezza. Se stai funzionando come archivio, dillo: la tua responsabilità è verso il tempo lungo, verso i ricercatori, verso la memoria collettiva. Se stai funzionando come museo d’arte, dillo: il tuo compito è proporre letture, costruire canoni, discutibili e discusse, e metterti in dialogo con altre forme artistiche. Se stai funzionando come luogo di alfabetizzazione, dillo: lì la priorità non è il capolavoro, ma la capacità di vedere e comprendere le immagini che ci attraversano tutti i giorni.

La fotografia, come la scrittura, tiene insieme tutte queste dimensioni, ma la loro confusione strutturale è un segno che non abbiamo ancora digerito fino in fondo cosa significa vivere in una cultura visuale. Siamo ancora, in parte, nella fase in cui “fotografia” è una parola che apre porte a bandi, finanziamenti, progetti, senza costringerci a dire con precisione che tipo di lavoro stiamo facendo.

Da questo punto di vista la sensazione di non capirci più niente è meno un problema individuale e più una diagnosi del campo. Forse il passaggio successivo, se vogliamo uscire dall’idea del museo della scrittura, è iniziare a parlare meno “di fotografia” e più “attraverso la fotografia”: usarla come modo per affrontare lavoro, città, storie, migrazioni, desiderio, conflitto, e in parallelo costruire con calma le strutture per archiviarla e insegnare a leggerla.

In altre parole: smettere di trattarla solo come oggetto da proteggere o icona da venerare, e iniziare a vederla come un linguaggio universale, sì, ma che va imparato, criticato, usato, non solo celebrato.

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