L’immagine emerge dal fondo come dall’Ade. Ovvero: l’estetica del difetto nella fotografia d’autore
C’è stato un periodo, nella fotografia, in cui la tecnica arrancava e il discorso correva. Un periodo in cui le condizioni materiali della stampa erano precarie, ma la lettura critica era ferma e impeccabile. Non c’era gamma dinamica, ma c’era “interpretazione”. Non c’era dettaglio, ma c’era “evocazione”. Le immagini non sempre riuscivano, ma quasi sempre “significavano”.
Il fuori fuoco non era più un errore. Era “dissolvenza della materia”, memoria che sfuma, gesto sospeso. Il micromosso non era tremore della mano: era il “respiro del fotografo”, la presenza del corpo nell’inquadratura, l’istante che resiste alla fissazione. Una stampa contrastata, piatta, con i neri chiusi e i bianchi bruciati, non era da rifare: era “un’immagine che emerge dal buio come da uno spazio altro”, “un’apparizione che si affaccia dal profondo”.
Siamo nel post-Weston, post-Man Ray, ma soprattutto nell’Italia e nell’Europa degli anni Settanta e Ottanta. La fotografia si fa in camera oscura, spesso in casa, con mezzi limitati. Le carte sono instabili, le emulsioni incostanti, gli esposimetri approssimativi. Nessuno parla ancora di archivio digitale, di controllo tonale, di gestione colore. Eppure, nel vuoto creato dall’imprecisione tecnica, si forma un linguaggio che giustifica tutto. O quasi.
Non è truffa, è una “forma di alleanza”. Il fotografo lavora con ciò che ha. Il critico scrive con ciò che vuole leggere. E l’immagine, incerta, viene ascritta a significati che la legano a una visione più grande: il tempo, la morte, il silenzio, la memoria. Così una fotografia sovraesposta non è bruciata: è metafisica. Un soggetto indistinto non è mancato: è spirituale. Il bordo annerito non è difetto di stampa: è diaframma.
Il più delle volte funziona. Anche troppo. Il problema arriva dopo, quando la grammatica del difetto viene canonizzata. Quando il bianco e nero slavato diventa la lingua ufficiale. Quando ogni immagine deve “emergere dal fondo” per essere credibile. Quando le carte che non tengono diventano carte “poetiche”. Quando il limite viene celebrato come cifra.
E allora, inevitabilmente, arriva il tapino. Il giovane fotografo, volenteroso, attento, che ha studiato, che ha osservato, che ha capito, o così crede, il trucco. Presenta la sua foto a una lettura portfolio. È sfuocata. C’è un micromosso. I bianchi clippano. I pixel sono grossi come pantegane. Ma l’intenzione c’è. Il tentativo di evocare, di suggerire, di “emergere dall’Ade”, anche. Solo che la foto non funziona. Non è scritta nella genealogia giusta. Non è firmata. Non è dentro il racconto. Il lettore scuote la testa, l’editor lo guarda con pena, qualcuno gli chiede se aveva un treppiede. Il tapino si confonde. Magari era pure bravo. Ma non aveva la benedizione. Si era solo allineato, ingenuamente, per farsi accettare. E invece resta fuori. Piange un po’, silenziosamente, e si prepara per la prossima collettiva.
Non c’è niente di crudele in tutto questo. È così che funziona. Una volta che un’estetica si è formata, si protegge da sé. Una volta che un autore è stato canonizzato, il suo linguaggio diventa filtro. E se provi a replicarlo, senza stare dentro il perimetro che lo sostiene: discorso, museo, mostra, nota critica, nome , vieni respinto. Per saturazione.
Ecco perché, forse, conviene ogni tanto tornare a guardare le immagini da zero. Senza le parole. Senza la didascalia. Senza il pedigree. Per chiedersi, con un po’ di onestà: questa foto, se non sapessi chi l’ha fatta, se non fosse già stata spiegata, se non fosse già protetta dal mito…funzionerebbe lo stesso?
A volte sì. Ma a volte, no.
E allora, meglio riderne… per lucidità. Perché spesso quella foto che “emerge dal fondo come dall’Ade”, in origine, era solo una stampa sbagliata, su carta finita, nel retro di una libreria senza finestre.
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